Esse est percipi digitaliter
Dal maestro all'influencer
L’emergere della figura dell’influencer non è un accidente marginale della contemporaneità digitale, ma un sintomo strutturale della nostra epoca. Non si tratta semplicemente di un nuovo mestiere o di una moda effimera: l’influencer incarna una trasformazione del modo in cui l'autorità e il sapere vengono percepiti e legittimati, rispetto al passato; da qui questa strana ibridazione tra professionisti e predicatori digitali: medici influencer, preti influencer, docenti influencer, cuochi influencer e così via, che si aggirano nei nostri smartphone come centauri, per metà professionisti di un qualche tipo e per metà agenti pubblicitari (“se non l'hai ancora fatto, clicca sul profilo e seguimi”).
In tal senso, la figura dell’influencer non nasce completamente dal nulla ma si iscrive in una lunga storia di personalità carismatiche che hanno attratto attorno a sé discepoli, ascoltatori, seguaci. Tuttavia, nella somiglianza, si cela una differenza decisiva. Fin dall’antichità, il sapere non è stato primariamente un sistema di scambio impersonale di informazioni: il sapere è stato sempre veicolato da una relazione. Prima dell’istituzione della scuola pubblica, prima della formalizzazione universitaria, l’apprendimento avveniva per prossimità: si sceglieva un maestro, si entrava nella sua cerchia, si condivideva un percorso. Il sapere era inseparabile dalla figura che lo incarnava. Il carisma personale aveva un ruolo essenziale: la passione di un insegnante poteva accendere il desiderio di conoscere; la coerenza di una guida spirituale poteva generare fiducia e dedizione. In fondo, anche nell'accademia moderna, per quanto grande sia la distanza con l'antichità, il rapporto con un maestro resta fondamentale, anche se inserito in un’infrastruttura molto burocratizzata e formalizzata: ogni docente cura una rete di allievi, che in modo più o meno diretto sviluppa l'insegnamento del proprio mentore scientifico e dona una posterità al suo insegnamento.
Ma il carisma, da solo, non definisce la natura della guida. Esso è una condizione favorevole, non il fondamento ultimo dell’autorità. La differenza cruciale riguarda la struttura del rapporto e la posizione del messaggio rispetto alla persona che lo trasmette. Nel mondo digitale contemporaneo, l’influencer è inseparabile dal dispositivo tecnico che lo rende visibile. Egli è tale nella misura in cui appare; la sua efficacia è proporzionale alla sua esposizione. La continuità della presenza non è accessoria bensì costitutiva. L’assenza equivale a irrilevanza. La sua autorità è quantificabile: follower, visualizzazioni, interazioni. Qui il medium non è un semplice mezzo neutro che trasporta un contenuto preesistente, ma struttura l’esperienza stessa del contenuto. La forma breve, l’immediatezza, la reattività continua modellano ciò che può essere detto e il modo in cui può essere detto. Il medium tende a coincidere con il messaggio, non soltanto perché lo veicola, ma perché ne determina le condizioni di possibilità: il celebre “trascendentale” kantiano, vale a dire l'insieme delle condizioni che rendono possibile e strutturano l'esperienza del mondo, non è più (solo) l'apparato conoscitivo della soggettività umana, ma lo strumento tecnologico-digitale da cui ormai la nostra esperienza del mondo non può prescindere.
Un confronto col passato
In questa configurazione, la persona del comunicatore diventa inevitabilmente il centro. Anche quando l’influencer tratta temi seri — educazione, medicina, spiritualità — l’elemento decisivo resta la sua identità pubblica, la sua immagine, la sua riconoscibilità. L’autorità non deriva primariamente dalla trascendenza del contenuto, ma dalla forza della presenza. Il messaggio si intreccia con la performance. Se volgiamo lo sguardo all’antichità, incontriamo figure che pure hanno esercitato un magnetismo profondo, ma all’interno di una struttura relazionale differente. Si pensi a Socrate: la sua figura è carismatica, attira giovani ateniesi, suscita entusiasmo e scandalo. Tuttavia la sua autorità non si fonda sulla quantità dei seguaci né sulla gestione dell’immagine pubblica. Socrate non scrive, non costruisce un corpus da diffondere, non organizza la propria presenza in funzione della massima visibilità. Egli dialoga. Il dialogo socratico è un evento irripetibile, situato, incarnato. Esso implica reciprocità: l’interlocutore non è un numero, ma un volto concreto. L’elenchos — la confutazione — non cerca il consenso, ma la verità nel confronto: il rapporto, dunque, non è tra uno e massa, come nel caso dell'influencer, ma tra io e tu, o noi e voi. Questa è una differenza fondamentale. Inaggiunta, Socrate non è il contenuto del suo insegnamento. Egli si definisce come colui che non sa; la sua funzione è maieutica, cioè generativa nei confronti della verità che emerge nell’altro. Il centro non è la sua persona, ma il logos che trascende i parlanti. Il maestro è mediatore, non oggetto ultimo dell’adesione.
Un'altra figura da richiamare, pur nella radicale specificità teologica che la caratterizza, può essere quella di Gesù di Nazareth. Anche qui il carisma è evidente: le folle lo seguono, cercano la sua parola, attendono i suoi gesti. E tuttavia i Vangeli testimoniano una costante tensione tra attrazione e sottrazione. Gesù non organizza la propria missione secondo la logica dell’accumulazione del consenso. Dopo momenti di entusiasmo, si ritira; interrompe la saturazione della presenza; si sottrae allo sguardo della massa per entrare nel silenzio. Più volte, nei Vangeli, si narra di Gesù che quasi fugge dalla folla, per poter stare da solo. Gesù accetta la perdita di consenso, fino a ritrovarsi con quasi zero followers nella crisi più difficile della sua attività di pubblico predicatore, che sfocerà nella condanna a morte. La sua autorità, insomma, non è garantita dalla permanenza nell’attenzione collettiva. Inoltre, la relazione che egli istituisce non è indifferenziata. Vi sono le folle, vi sono i discepoli, vi sono i dodici apostoli. Si delineano cerchi concentrici di prossimità: con alcuni condivide spiegazioni riservate, condivide timori e angosce, accetta l’incomprensione e il tradimento. Anche qui, la relazione non è uno-a-massa, ma uno-a-volti. Ciò che agli apostoli, non lo dice alla massa; l'intimità che condivide coi suoi più stretti discepoli non la concede a tutti.
Tra il maestro Gesù e il maestro Socrate vi sono delle differenze profonde, che ai fini del nostro discorso è utile illuminare. Nella prospettiva della fede cristiana, quando si dice che Gesù annuncia il Regno, non si intende un contenuto esterno a Lui, come se fosse semplicemente il portavoce di una realtà altra rispetto alla propria persona. Nell’orizzonte evangelico, il Regno non è un oggetto tra gli altri, né un’idea astratta, né un progetto politico-morale separabile dal soggetto che lo proclama: il Regno è la signoria di Dio che si rende presente definitivamente nella persona di Gesù, il Cristo. L’annuncio e l’annunciante coincidono in modo singolare: Gesù è il Regno di Dio. Socrate rimanda a una verità che lo supera e alla quale egli stesso è sottoposto: lui è un mediatore del logos. In Gesù, invece, la mediazione non è puramente strumentale: egli non solo indica la via, ma afferma di essere la via; non solo indica la verità ma afferma di essere la verità. L’identificazione tra messaggio e persona non è effetto di una costruzione carismatica o di una strategia comunicativa, ma appartiene alla struttura stessa della rivelazione cristiana. Questo punto è decisivo per evitare equivoci nel confronto con la figura dell’influencer. Come abbiamo evidenziato, nell’influencer contemporaneo si produce spesso una coincidenza tra messaggio e persona: il contenuto vale in quanto espressione dell’identità pubblica di chi lo emette. Si tratta, però, di una coincidenza di natura mediale e performativa: l’immagine assorbe il contenuto perché la logica della piattaforma lo impone. Nel caso di Gesù, invece, l’identificazione tra messaggio e persona non nasce dall’esigenza di visibilità, bensì da una pretesa ontologica: Egli è il Regno che annuncia. Nel primo caso, l’identità è prodotta e mantenuta dal dispositivo tecnico; nel secondo, l’identità precede e fonda la parola. Questa precisazione, a nostro avviso, rafforza il discorso, perché mostra che la questione decisiva non è la semplice coincidenza tra persona e contenuto, bensì la natura di tale coincidenza: se nella prospettiva evangelica suddetta coincidenza riposa sulla sostanza di una persona che è il contenuto del proprio messaggio perché lo fonda, nel paradigma digitale è l'influencer a essere fondato da tale coincidenza ed esiste solo finché permane la trasmissione. Per tale ragione, l’influencer non può che essere oggetto di consumo simbolico: non può sottrarsi a questa necessità dal momento che appare perché viene visto, non viene visto perché appare. Certo, l’influencer non è “vuoto”: ha una sostanza personale reale. Tuttavia, la sua identità pubblica non coincide con la sua sostanza, bensì con una funzione performativa stabilizzata dalla piattaforma. Presenziare è un po' la schiavitù dell'operatore digitale, che deve darsi ininterrottamente come ostia ai propri fedeli: ogni interruzione liturgica rischia di disperdere il gregge.
La metafisica dell'influencer
Provando a giocare un po' con le categorie filosofiche, possiamo chiamare in causa la metafisica della sostanza e quella nominalista. Nel quadro classico, la sostanza è ciò che esiste in sé e fonda i propri accidenti: l’essere precede le sue manifestazioni. La parola, in questo orizzonte, non produce l’identità ma la rivela; è atto espressivo di una realtà che la precede e la eccede. Per questo, nel caso evangelico, la coincidenza tra persona e messaggio non è performativa ma ontologica: il contenuto non costruisce l’identità, la manifesta. Nel paradigma digitale, invece, la coincidenza tra persona e contenuto assume un carattere funzionale. Qui può essere evocata, in modo analogico, la lezione nominalista, fortemente radicalizzata: non esiste un’essenza sociale dell’ “influencer” che preceda le sue operazioni; ciò che chiamiamo influencer è il nome che designa una serie di atti — post, immagini, interazioni — tenuti insieme da un dispositivo tecnico. L’identità pubblica non è sostanza ma effetto di relazioni misurabili. Se nel realismo metafisico l’apparire è accidente dell’essere, nell’ecosistema digitale l’essere sociale diventa accidente dell’apparire. Ne deriva un’inversione sottile ma decisiva: non è la persona a fondare stabilmente il proprio discorso, ma è la continuità della trasmissione a fondare la persona pubblica. L’identità, anziché precedere la parola, è continuamente ricostruita da essa. In termini metafisici, potremmo dire che l’influencer è, appunto, “nominale”: permane finché permane la funzione che lo nomina e lo rende visibile. La sua consistenza simbolica coincide con la sua operatività. Esse est percipi, affermava Berkeley: noi possiamo dire esse est percipi digitaliter. Se nella prospettiva sostanziale l’unità riposa sull’essere, nel paradigma digitale essa riposa sul flusso. ove la funzione fonda l’identità, la presenza è prestazione. E la prestazione, per definizione, non può mai arrestarsi senza dissolvere ciò che pretende di sostenere.
Da ciò, come anticipato, l’impossibilità della sottrazione. Il maestro autentico può tacere, può perdere consenso, può persino accettare l’abbandono. Socrate non salva la propria vita a prezzo della verità; Gesù non modula il discorso per trattenere la folla quando esso si fa duro. L’influencer, invece, è strutturalmente vincolato alla continuità della visibilità e alla soddisfazione del proprio pubblico: il follower, tendenzialmente, vuole rispecchiarsi nella parola che sente. In tal senso, la rigidità imposta dalla propria community può essere più implacabile di quella richiesta dall'appartenenza a una istituzione tradizionale.
Conclusione
Naturamente, quanto detto fin qui non vuole essere una critica pura e semplice ai modi in cui, nei nostri anni, si stanno riconfigurando i rapporti tra guida e allievo, maestro e seguace, docente e alunno. Esistono molto bravi insegnanti o medici capaci di trasmettere alla propria fanbase ottimi contenuti in rete. Esistono molti influencer “puri”, in grado di fare cultura meglio di chi opera in contesti tradizionali. Probabilmente vivremo a lungo in una situazione mista, in cui il vecchio convive col nuovo, in cui il vecchio si lascia influenzare dal nuovo e viceversa. La situazione, al momento, è abbastanza fluida. Questa riflessione, allora, non nasce dalla nostalgia per un passato idealizzato. Anche l’antichità conobbe retori e sofisti che vivevano di successo. La differenza decisiva, tuttavia, sta nella struttura tecnica del presente: un ambiente progettato per massimizzare attenzione e visibilità altera inevitabilmente la forma del legame e questo istituisce una differenza di natura, non di grado, rispetto al passato. La questione, in ultima analisi, è se sia ancora possibile custodire una relazione che non si esaurisca nell’esposizione. Una relazione che ammetta silenzio, conflitto, lentezza; che non sia misurata in numeri ma in trasformazione; che non attiri verso la persona del comunicatore, ma orienti verso una realtà ulteriore.



